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lunedì 7 luglio 2008

La rivincita dell'umanità

E' ricca di spunti di riflessione questa presentazione sui social media.
Mi è piaciuta molto la definizione del passaggio dal monologo al dialogo e l'inevitabile conclusione che l'unica politica possibile per il futuro delle aziende è quella dell'onestà.
I numeri descrivono la realtà in modo immediato ed efficacissimo.
Quindi:
200 milioni di blog
1 milione di video su Youtube
1,5 milioni di residenti in Second Life
indicano chiaramente la strada per il futuro.

Se poi ci mettiamo che il 14% crede alla pubblicità mentre il 78% crede ai consigli di altri consumatori, mi pare evidente che l'inarrestabile rivincita dell'umanità sul business sia ormai avviata. E a quanto pare non sarà così facile fermarla!

venerdì 4 luglio 2008

Marketing liquido... quindi comunicazione


Bellissima questa presentazione di Maurizio Goetz. Ottimo il concetto di marketing liquido. Non posso che condividere e sottoscrivere la "liquidizzazione" del marketing, che pare destinato a dipendere e a coincidere con una comunicazione di qualità.

giovedì 3 luglio 2008

Quando i politici non fanno notizia

Sul sito della Ferpi è apparso un articolo di Piero Ichino sull'eterno conflitto tra politici e giornalisti.
La questione è vecchia, e pare destinata a non trovare soluzione.
I politici lamentano l'eccessiva semplificazione che i giornalisti fanno, spesso in modo approssimativo, di quanto dicono. E qualche volta le semplificazioni sono effettivamente grossolane, tanto da diventare inesattezze, più o meno volontarie.
I giornalisti, d'altra parte, devono necessariamente sintetizzare discorsi complessi e articolati, che contengono passaggi e sfumature magari rilevanti in ambito politico ma di nessuna importanza per i lettori.
Ferma restando l'abissale differenza tra semplificazione e inesattezza, quest'ultima inaccettabile d'ufficio, fa riflettere il fatto che, almeno in teoria, giornalisti e politici dovrebbero rivolgersi allo stesso pubblico.
Come mai allora, se gli interlocutori sono gli stessi, non si riesce a mettersi d'accordo sul modo di parlare con loro?
E fa riflettere anche un'altra considerazione: i giornalisti che diventano politici sono quelli che più degli altri sembrano avere problemi a relazionarsi con gli ex colleghi.
Penso, ad esempio, a Piero Marrazzo, che dalla grande visibilità di "Mi manda Raitre" è diventato l'invisibile Presidente della Regione Lazio.
Se entrambe le categorie, politici e giornalisti, sono per definizione al servizio del pubblico, dello stesso pubblico, perché le differenze nel perseguire il loro comune obiettivo sono ancora così inconciliabili?
Dov'è il corto circuito che porta a questo paradosso?
Osservando i fatti mi viene da chiedermi se qualcuno si è preoccupato di cosa pensa il "pubblico", che dovrebbe essere quello nell'interesse del quale entrambe queste categorie hanno ragione di esistere.
Essendo anch'io parte del "pubblico", avrei un paio di istanze da rappresentare:
1. I politici potrebbero evitare di parlarsi tra loro attraverso i mass media: se hanno qualcosa da dirsi che se la dicano e ci facciano sapere come è andata a finire; se vogliono andare sui giornali dicano qualcosa di "pubblica utilità".
2. I giornalisti potrebbero evitare di considerare opinioni e posizioni come notizie di "pubblica utilità". Non lo sono. Un terzo di telegiornale di pastone politico e raffiche di dichiarazioni su qualunque cosa è veramente troppo!

mercoledì 2 luglio 2008

Sei cappelli per scrivere


Sono più di vent'anni che Edward de Bono ha inventato la tecnica dei "Sei cappelli". Lui l'ha messa a punto per sviluppare il pensiero creativo e l'ha chiamata "pensiero laterale".
A ben guardare il pensiero laterale non è altro che la capacità di avere il maggior numero possibile di punti di vista su qualcosa per riuscire a guardarla a 360°.
Personalmente ho scoperto di essere, secondo la classificazione di de Bono, una "primaria pura", cioè una di quelle persone che segue il pensiero razionale per un po', poi se ne va per la tangente e arriva al risultato in un modo che agli altri sembra intuitivo o magico. Infatti alcuni dei miei amici più cari mi chiamano "strega"(nel qual caso piuttosto che di cappelli sarebbe più esatto parlare di "turbante").
E allora tanto vale confermare la fama e andarmene per la tangente anche stavolta!
Di seguito un po' di idee e di riflessioni (o intuizioni?) su come i sei cappelli possono essere utilizzati anche per il processo di scrittura.

Il cappello bianco
Un foglio di carta completamente bianco, cioè vuoto. E quindi neutro.
Il terrore di chiunque scriva. Aspetta di essere riempito.
Il cappello bianco ha a che fare con la raccolta di dati e informazioni.
Quali abbiamo?
Quali mancano?
Quali ci servirebbero?
Dove andarle a cercare?
Il cappello bianco è quello dell'obiettività: numeri, fonti sicure, niente opinioni, banditi i giudizi. Solo i fatti.

Il cappello rosso
Si intuisce: rosso come le emozioni, i sentimenti, le intuizioni, le sensazioni.
Il cappello rosso serve anche a "scrivere di getto", senza pensare, senza riflettere.
Lo abbiamo in testa ogni volta che ci viene un guizzo, che ci balena una frase, un titolo.
E allora è cruciale avere un pezzo di carta qualsiasi su cui appuntarlo, fosse pure la carta del pane.
I nostri testi, nella loro prima stesura, saranno probabilmente pieni di aggettivi. Sono loro quelli che connotano, descrivono, orientano la percezione.
Anche la punteggiatura in qualche modo ha la stessa funzione, ammesso che ci siamo ricordati di metterla!

Il cappello nero
E' quello del giudizio critico, della prudenza, della cautela.
Il simpatico "avvocato del diavolo" che ci sommerge di obiezioni, di "ma", di "perché". Quello che vuole una spiegazione per ogni parola e ci soffia continuamente nell'orecchio che "forse non si capisce".
E' un po' rompiscatole, anzi piuttosto molesto. Ma preziosissimo. Ci impedisce di fare errori gravi, ci mette continuamente alla prova per vedere se siamo capaci di fare di meglio. L'importante è che venga fuori "dopo" che abbiamo scritto. Se apparisse troppo presto potremmo decidere di mollare tutto e andare a farci un giro.

Il cappello giallo
E' quello dell'ottimismo e della visione logica e positiva delle cose.
Fatichiamo un po' a mettercelo. Più che altro dobbiamo deciderlo.
Non è incoscienza allo stato puro: la positività deve essere ben argomentata. Esattamente come le tesi che andiamo divulgando attraverso il nostro scritto.
Ha a che vedere con il come abbiamo organizzato la sequenza logica dei concetti, ma anche con la fluidità e la scorrevolezza.
Il cappello giallo è quello che ci serve indossare per controllare che il nostro testo sia coerente, e che le argomentazioni scivolino via senza intoppi.

Il cappello verde
E' il cappello delle idee nuove, della creazione, delle alternative.
Ci serve per trovare metafore, similitudini, paragoni, immagini. E' anche quello con cui possiamo chiederci se c'è un modo migliore, più diretto, più efficace per dire le stesse cose.
Con il cappello verde in testa possiamo farci tutte le domande che vogliamo:
si può dire in un altro modo?
quella parola si può sostituire?
ce n'è una migliore?
c'è un'immagine che può contribuire alla comprensibilità del testo?

Il cappello blu
E' la funzione del nostro pensiero che controlla il nostro pensiero.
E' il cappello della revisione finale e dell'attenzione critica.
E' il nostro editor che rilegge, riguarda, riformula, corregge, mette a posto.
Scopre anche, se ce ne sono, difetti e lacune logiche, decide e suggerisce quale cappello abbiamo bisogno di rimetterci in testa per fare un buon lavoro.
Se tutto funziona e abbiamo in testa il cappello blu... allora abbiamo davvero finito!

martedì 1 luglio 2008

Voglia di imparare


Molto bella questa presentazione di Frank Peters sulla voglia di imparare, o meglio su cosa ci aspettiamo di imparare. E' utile per chi insegna, come me, e per chi si dà da fare per cercare sempre qualcosa di nuovo.

lunedì 30 giugno 2008

Conversare scrivendo

A tutti noi è capitato di pensare ai fatti nostri mentre qualcuno ci parla, o, al contrario, di non riuscire ad interrompere la lettura di un libro o l’ascolto di un oratore.

Gli stili di conversazione sono tanti e diversissimi, come le persone. Ciascuno ha un modo suo. Per questo non ci sono regole precise, se non quella di scrivere pensando di parlare.

Ci sono tuttavia dei piccoli trucchi per rendere più accattivante la nostra scrittura.

Ascoltiamoci quando parliamo.
Non possiamo scrivere come parliamo senza conoscere “l’effetto che fa”. Il che vuol dire “avere orecchio”, fare attenzione a come si introduce una conversazione, come la si sviluppa, quali parole usiamo più spesso, se usiamo espressioni dialettali o scorrette.

Ascoltiamo gli altri parlare.
È utile acquisire informazioni ascoltando gli interventi degli altri. E le loro storie, per arricchire il nostro bagaglio di esperienze e di modi di raccontarle.

Pensiamo al nostro lettore immaginario.
Tutti coloro che scrivono per mestiere hanno un lettore immaginario in testa. Qualcuno a cui si rivolgono, con cui stanno parlando, per cui stanno scrivendo. Se ne sta lì, dietro alla pagina, vede i nostri testi prendere forma e li legge mentre li scriviamo. Che faccia ha? E’ perplesso? Sorride?

Parliamo in prima persona, singolare o plurale che sia.
“Io” o “noi” avvicina, accomuna, accorcia le distanze. “L’azienda”, “gli azionisti” sono altro, distanti e distaccati.
Peggio di tutto l’impersonale: "si dovrebbe", “si farà”. Chissà perché sa di fregatura!

Ascoltiamoci mentre scriviamo.
Usiamo l’orecchio della nostra mente per sentire il suono delle nostre parole. Molti scrittori dicono di sentire molte voci nella loro testa. Su questo preferisco non esprimermi. Posso solo dire che io preferisco sentirne una sola, o almeno una per volta!

Eliminiamo e le formalità.
Spazziamo via tutte quelle parole che “resuscitano” quando scriviamo ma che non ci verrebbe mai in mente di dire se stiamo parlando a qualcuno. “Al fine di”, “nel momento in cui”, “non appena”, “bensì”, “in quanto”. L’odore di naftalina e di stantìo si sente da lontano un chilometro!

Occhio a non eccedere: informale non significa volgare.
Attenzione alle cadute di stile. Niente dialetti, niente parolacce. Emoticon quanto basta ma senza esagerare e sempre che la circostanza lo consenta. In una mail tra colleghi può anche avere un senso, in quella al capo direi di no.

Rileggiamo ad alta voce.
Ci aiuta a concentrarci, a sentire se quello che abbiamo scritto scivola senza intoppi. Ad alta voce i passaggi difficili si sentono subito, così come i periodi troppo lunghi. Si rischia di soffocare prima di arrivare al punto.

Evitiamo gli spinaci tra i denti.
Refusi, punteggiatura sbagliata, preposizioni non proprio azzeccate. Rischiamo di rovinare tutto… e proprio sul più bello!

venerdì 27 giugno 2008

Lo strano mondo della grammatica

Questo brano è stato scritto da Achille Campanile ed è stato pubblicato nel suo "Manuale di conversazione" nel 1973. Una vita fà.

Trovo che sia geniale ed esilarante, oggi come allora.
Per questo ve ne faccio omaggio, sperando di farvi sorridere almeno un po'.

Le grammatiche su cui si studiano le lingue saranno utilissime per impararle, ma non altrettanto per la logica e il buon senso. Il che, tuttavia, non rappresenta un danno in ogni senso. Anzi potrebbe contribuire a dare ai rapporti fra le persone un carattere quanto mai spensierato e fantasioso che conferirebbe alla vita un aspetto dei più piacevoli.

Dalla grammatica inglese:
"Portaste il binocolo?"
"No, ma portai il vostro ventaglio."
Col che si imparano parecchi vocaboli, non c'è dubbio. Ma non è chi non veda un ventaglio esser tutt'altra cosa che un binocolo. Non c'è niente in comune fra i due oggetti. Come è possibile parlare di ventaglio a chi vi chiede notizie del binocolo?
Vediamo: dove e quando e perché si può domandare a qualcuno se ha portato il binocolo? In teatro, o in occasione di una gita in luoghi panoramici, o per esigenze belliche.
Ora, ammetto che in un teatro possa essere utile anche un ventaglio, benché abbia tutt'altra funzione e non sarà certo esso che mi permetterà di apprezzare le bellezze d'un corpo da ballo. Ma su una montagna! Che me ne faccio d'un ventaglio se ho bisogno d'un binocolo?
Non parliamo poi d'una casamatta o della tolda d'una nave da guerra. Immaginate un generale nel suo osservatorio o un ammiraglio sul ponte di comando, che durante l'infuriare della battaglia, dovendo seguire le mosse del nemico, domandi all'aiutante di campo "Portaste il binocolo?" e si senta rispondere "No, ma portai il ventaglio". Anche ammesso che faccia molto caldo, in quel momento il comandante ha bisogno di guardare.
Forse gli autori degli esercizi di traduzione immaginano un mondo di stolidi. Ecco un altro dialogo della grammatica inglese.
"Mamma, comperasti la tovaglia?"
"No, ma comperai il rasoio per tuo fratello".
Una famiglia di pazzi, evidentemente. Pazza la madre, che forse immagina si possa apparecchiare la tavola col rasoio; e pazza la figlia, che dal manuale non risulta essersi minimamente turbata alle parole inconsulte della vecchia insensata.
Ancora:
"Vedeste il mio allacciabottoni?"
"No, ma vidi il vostro colletto e polsini"
Magari qui si può ravvisare un barlume di coerenza, in quanto siamo sempre in materia inerente al vestirsi. Ma c'è un abisso tra la domanda e la risposta.
Uno dei torti degli esercizi di conversazione è per l'appunto di non dare quasi mai la terza battuta. S'imparerebbero molte altre parole, magari non delle più ortodosse. Come rispondereste a uno che vi parla di colletto e polsini, quando voi gli domandate notizie dell'allacciabottoni? È evidente:
"O sei un imbecille, o vuoi prendermi in giro. Come ti viene in mente di rispondermi così?"
E giù una sequela di parolacce, che pure hanno la loro utilità nello studio di una lingua.
In conclusione m'è più volte capitato, nell'esprimermi in una lingua straniera imparata di fresco su una grammatica, di essere quanto mai incoerente. Una volta, a un passante che mi domandava: "Sapreste dirmi dov'è la tale strada?" Mi avvenne di rispondere sulla base di un dialoghetto studiato nella grammatica.
"No, ma so dirvi l'età del cugino di vostro padre."
Il passante rispose con una frase che non capii, perché purtroppo, come dicevo, negli esercizi di conversazione manca sempre la terza replica.
Per tacere degli scorci di vita che si possono cogliere, attraverso quegli esercizi, specie se si diffondono in particolari.
"Eravate con vostro padre?"
"No, ero con l'amico di mio padre, ma le mie sorelle erano con vostra madre; siamo stati a vedere la cattedrale."
Bella brigata di cretini, davvero. Tra l'altro c'è da scommettere che ognuno non capiva chi fossero gli altri, quanto a grado di parentela reciproca, durante questa famosa visita alla cattedrale. Perché è soprattutto sull'indicazione delle parentele che queste frasi risultano sibilline.
Doveva essere una mattina grigia in una città gotica del Nord Europa, una pioggerella leggerissima punzecchiava appena i volti dei passanti. I nostri amici, usciti dall'albergo e avendo lasciato qua e là un certo numero d'imprecisati parenti, andavano in fretta verso la cattedrale con le guide in mano. Nella chiesa semibuia tra le navate, si sbirciavano sospettosi:
"Chi è quello?"
"È l'amico di vostro padre, e io sono la madre di un tale che non c'è, perché io sto con le vostre sorelle."
"E che rapporto di parentela c'è fra voi e l'amico di mio padre?"
"Egli è l'amico del padre delle ragazze che stanno con me e che sono vostre sorelle, mentre voi siete l'amico di mio figlio".
È un groviglio.
"Ed io chi sono?"
"Voi siete il figlio dell'amico di quel signore e il fratello delle signorine che stanno con la madre di un altro vostro amico, che non è qui, e questa sarei io."
Basta, basta, c'è da diventare pazzi.
E notate che queste frasi sono tutte rigorosamente dedotte da quella dell'esercizio, quanto a rapporti di parentela, amicizia e semplice compagnia, tra i partecipanti alla visita della cattedrale.
Durante la quale - è ovvio aggiungerlo - il cicerone avrà zittito:
"Signori, occupatevi della cattedrale, invece che di questi pasticci di famiglia; guardate i vetri istoriati."
Dopo la visita, tornati all'aperto:
"Ed ora andiamo a far colazione?"
"No, ma posdomani arriva il cognato di vostro figlio."
E via in fretta, senza volti, senza cervello, mentre una pioggerella leggerissima fa viscido il selciato fra le basse arcate e i negozi di frutta della grigia città gotica. E si sente nell'aria un odorino di cavoli cotti e di birra, mentre il carillon dei pupazzi metallici suona mezzogiorno nella torre del palazzo di città.
Europa, Europa mia! Quando verremo a liberarti?